THE CHOICE - LA SCELTA  Part I by Konte

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Continuava a rigirare il bicchiere vuoto tra le mani. Ogni tanto interrompeva quel lento roteare e si soffermava a guardare la sua immagine riflessa sul fondo, un’immagine distorta e confusa come distorta era la sua anima e confusa la sua mente. Non ricordava ormai da quanto tempo era in quello squallido bar né quanti bicchieri di whisky avesse bevuto. Ricordava solamente che era uscito di casa in preda ad una sorda disperazione, una sorta di pungolo d’acciaio che gli afferrava le viscere e le strappava da dentro lasciandogli un freddo vuoto al posto del cuore. Non sarebbe riuscito a restare in casa da solo con la sua angoscia e con i suoi ricordi colmi di dolorosa tristezza, solo, con quel pungolo d’acciaio che gli tormentava le viscere. Aveva deciso di uscire e adesso si ritrovava a guardare il suo bicchiere vuoto, ma almeno il freddo dell’acciaio non c’era più, il dolore scomparso e la piacevolezza di un’ondata di calore che lo percorreva violentemente. Il whisky gli faceva sempre un benefico effetto, per questo lo preferiva e ordinava solitamente; riusciva ad assopirgli i sensi e a renderlo insensibile al dolore quasi fisico che lo attanagliava e, allo stesso tempo, gli annebbiava la mente rendendo tutto intorno a sé meno definito, meno solido, meno vero. Era come piombare in un sogno indistinto dove tutto è lontano e dove il dolore e la sofferenza sono come nuvole nel cielo, ti volano sopra ma non ti toccano.  

- avanti amico, è ora di sloggiare– sentiva una voce attorno a sé, alzò la testa e vide vicino a sé il barman che lo scuoteva vigorosamente gli gridava qualcosa che a fatica riusciva a comprendere mentre si avvicinava sempre di più.

- coraggio, stiamo per chiudere, è ora di sloggiare– capiva adesso le parole di quell’uomo che era ormai vicinissimo di fronte a lui e lo scuoteva con forza, - d’accordo, d’accordo- cercò di dire con la bocca impiastrata di sapori amari mentre cercava di concentrarsi sulle sue  azioni e di riacquistare, almeno in parte, il controllo di se stesso. Cominciò a respirare regolarmente e profondamente per ossigenare il sangue. Il mondo indistinto attorno a sé cominciò a scomparire lentamente facendo posto ai contorni del bar che ben conosceva; le braccia si fecero più pesanti e la testa cominciò a ronzare furiosamente fino a quando riprese sufficientemente coscienza della sua mente e del suo corpo. Si ritrovò disteso su una poltrona scura unta di sudore, intrisa di alcool e droga, e in cui alcune macchie di vomito erano ancora ben visibili nella parte inferiore. La stanza nella quale si trovava era debolmente illuminata da un neon colorato di rosso che pendeva da una parete come una chiazza di sangue in un corpo putrefatto. Accanto alla poltrona un basso tavolo reggeva una bottiglia semivuota e due bicchieri, subdoli complici dell’alcool. Si sentivano nell’aria, come attenuati dall’oblio, mugolii e lamenti provenienti dagli altri “avventori” del bar, ognuno nel suo oblio, ognuno nella sua poltrona, ognuno con il suo sogno artificiale. Era la prima volta che andava in una sala privata portandosi dietro la sua bottiglia. Di solito preferiva sedersi al bancone e sorseggiare lentamente il suo whisky prima di immergersi nuovamente nel dolore. 

Decise di fare a piedi il tratto di strada che separava il bar da casa per prendere più aria possibile; anche a quell’ora di notte le strade della città erano colme di gente e le auto di passaggio gli sembrava ronzassero sommessamente fluttuando nell’aria come ordinate farfalle.

L’appartamento era ampio, molto più grande degli standard cittadini, si poteva quasi pensare ad uno spreco di spazio per una persona sola in un mondo sovraffollato e in una città congestionata, dove lo spazio vitale era in continua diminuzione e molta gente era costretta ad occupare asettici e angusti moduli abitativi derivati da grandi appartamenti nel palazzi più vecchi. Sul pavimento, sui mobili e sugli arredi erano però visibili evidenti tracce di un disordine cronico; in cucina erano ammassati piatti e bicchieri sporchi, giornali e carte di ogni genere erano sparsi un pò ovunque ma, soprattutto, diverse bottiglie vuote testimoniavano lo stato di dipendenza al quale il giovane era ormai assuefatto.

 Mike si buttò su una poltrona accendendosi una sigaretta e aspirando profondamente. Il fumo cominciò ad addensarsi attorno al suo volto dirigendosi verso l’alto in ampie spirali azzurrognole  – mmm… ci voleva – sospirò l’uomo assaporando il piacere che gli scendeva nei polmoni - chissà se un giorno riuscirò a smettere - pensò- mentre guardava la brace che continuava ad ardere come all’interno del suo cuore.

Giurò a se stesso di non bere più una goccia e dopo diversi minuti in cui gli effetti dell’alcool scomparvero per far posto ad una nuova ondata di dolore, un lieve ronzio proveniente dal suo telefono annunciò una chiamata in linea. Mike accese il cellulare e la voce del suo amico Joe proruppe dal piccolo congegno

- ciao Mike, scusa se ti chiamo a quest’ora – esordì Joe – è tutto il giorno che ti cerco, dove diavolo ti sei cacciato?-

- Ciao Joe, io sto bene grazie, tu come stai? – rispose Mike quasi incurante delle parole dell’amico

- senti, non ho né il tempo né la voglia di produrmi in smancerie, non ti ho chiamato per sapere come stai, lo so che stai male, ma per parlarti di una cosa molto grave -

- ok, ok – si affrettò a rispondere Mike, di cosa si tratta? -

- non so come dirtelo per farti meno male, quindi esporrò semplicemente i fatti. Dopo averti lasciato, Linda è scomparsa Mike, è scomparsa da quasi un mese– lo informò Joe facendosi serio – e presumiamo che sia insieme a quel suo amico, come lo chiami tu -

- bè, saranno da qualche parte a scopare – rispose ironicamente l’amico - No Mike è scomparsa davvero. Abbiamo ricevuto una segnalazione dall’ospedale in cui lavora, l’abbiamo cercata dappertutto, abbiamo interrogato amici e parenti, siamo stati nei posti in cui l’hanno vista, abbiamo rovistato tra i movimenti bancari e tra le connessioni in Rete ma niente, non siamo riusciti a trovarla.

Mike sentì il pungolo d’acciaio che riprendeva improvvisamente a tormentargli le viscere e con una intensità che forse nemmeno dieci bicchieri di whisky avrebbero potuto interrompere - che diavolo stai dicendo Joe, dov’è Linda? che le è successo? – chiese mentre seduto nervosamente nella sua poltrona stava letteralmente divorando la sua ennesima sigaretta.

- conosci il gruppo terroristico che fa capo ad un certo Jump? - chiese Joe all’amico

- si, è quella specie di setta telematica che predica l’abbattimento politico e la rivolta sociale, se non sbaglio– rispose Mike non riuscendo a simulare il disgusto che traspariva dal suo viso contratto

- più precisamente sono hacker che si introducono nei sistemi primari  di computer di aziende e di enti governativi– lo corresse Joe,- si d’accordo, ma che c’entra Linda in tutto ciò? - chiese Mike sempre più agitato.

- devi sapere che quell’amico di Linda, Fred Bowman, meglio conosciuto nell’ambiente con il nome di Last, è uno dei seguaci di Jump e riteniamo che abbia coinvolto nel movimento anche la tua ragazza. Pensiamo inoltre che Bowman e Linda siano usciti dalla città, come tutti gli altri del gruppo prima di loro, in modo da nascondersi più facilmente e sfuggire alla cattura. Se tutto ciò è vero, se cioè Linda sia diventata una terrorista come Last e Jump, e siamo ragionevolmente sicuri che lo sia, si è cacciata in un grosso guaio. - 

Il giovane ufficiale si accasciò quasi senza forze sulla poltrona; il pungolo era ormai diventato un palo arroventato ed era ormai completamente penetrato dentro di sé arrivando a lacerargli il cuore e i polmoni; faceva fatica a respirare e a rimanere concentrato mentre il dolore allo stomaco si faceva sempre più acuto; avrebbe voluto vomitare ma restò fermo e immobile per un tempo che gli parve infinito; gli occhi sbarrati e fissi sul nulla, la bocca aperta in un muto grido di dolore, le braccia inerti come un robot spento;

- mi dispiace Mike, non so se riusciremo a trovarla, ma se la troveremo, la tua ragazza passerà dei brutti momenti – le parole gli giunsero da lontano come da un nero abisso ma ad un tratto esplosero nella sua mente come una scarica di adrenalina.

Non era vero, non poteva essere vero, pensò, aveva già perso una volta la donna che amava e aveva sostituito il suo amore con l’affetto bugiardo dell’alcool; non poteva perdere Linda un’altra volta. I suoi occhi si posarono sul telefono che teneva in mano mentre una sorda rabbia gli invadeva il cervello rendendolo lucido come non mai; non poteva rassegnarsi di nuovo, questa volta non si sarebbe rassegnato, questa volta avrebbe lottato, fino alla fine se necessario, per la donna che amava, come un antico cavaliere che in sella al suo destriero combatteva contro il drago per liberare l’amata principessa rinchiusa nel castello.

La rabbia e la determinazione presero definitivamente il posto della sofferenza e della rassegnazione e Mike Corser scoprì di essere tornato improvvisamente ad essere quello che era; in una frazione di secondo smise i panni dell’uomo distrutto e drogato che era fino a qualche minuto prima e riprese a indossare le vesti del Capitano Corser, ufficiale della polizia cittadina e uomo innamorato, l’unico in grado di ritrovare la sua donna e salvarla dal drago.

Spense la sigaretta con calma nel portacenere straripante di mozziconi. – sai quante persone fanno parte di questo gruppo sovversivo? – chiese all’amico - per quel che sappiamo, non molte – rispose Joe  - anche se il Movimento agisce con molta riservatezza,  e non è possibile quantificarli esattamente tutti - e non è possibile che linda sia stata i qualche modo costretta a seguirli? – continuò Mike desideroso di avere al più presto tutte le informazioni possibili e utili per la ricerca della donna – non rientra nel loro stile, fino ad ora tutti coloro che sono entrati nel gruppo lo hanno fatto volontariamente -

Mike si sforzò di ricacciare quest’immagine nel profondo della sua mente e di pensare con calma, di riflettere su tutte le informazioni che Joe gli stava dando e su quelle che avrebbe raccolto e che gli avrebbero permesso di ottenere un quadro definito della situazione e quindi di prendere le decisioni migliori.- cosa sapete di questo Jump? – chiese ancora all’amico - non siamo mai riusciti a rintracciarlo, abbiamo solo poche informazioni sui suoi movimenti anche se ne conosciamo l’identità – lo informò Joe - comunque sia, appare e scompare proprio come un fantasma– concluse. – Comunque adesso devo lasciarti, si è fatto tardi e domani sarà una dura giornata – disse Joe senza nascondere il suo malcontento– spero che risolveremo la questione-

- ti ringrazio di tutto Joe, sei un vero amico – lo ringraziò Mike – ci vediamo domani alla centrale - Joe sorrise da dietro il microfono– bentornato tra noi, amico, ci sei mancato –  anche voi mi siete mancati, amico. -

Mike chiuse il telefono pensando all’amico. Lo conosceva da più di dieci anni e non ricordava mai una lite o una discussione accesa avuta con lui. Lo aveva sempre ammirato per la sua calma e la sua disciplina, per la sua dedizione al lavoro e per la sua lealtà. Era contento di averlo come amico.  

Il pensiero di Linda continuava però ad occupargli la mente. Il suo corpo caldo e morbido, i suoi capelli dai mille colori, la sua voce dolce ma allo stesso tempo decisa, il suo splendido sorriso, la sua bocca invitante. Gli mancava terribilmente; avrebbe voluto toccarla, avrebbe voluto immergersi nel suo sorriso, avrebbe voluto respirare la sua voce…perché, perché, perché? Doveva incatenarla a sé, non lasciarla scappare, non permetterle di lasciarlo e invece, l’aveva lasciata andare!

E adesso voleva salvarla da se stessa? Come avrebbe fatto? L’adrenalina che gli percorreva le vene scomparve disciolta nel suo sangue, sopraffatta ancora una volta dall’alcool che gli scorreva dentro più forte di ogni altra cosa. Più forte del suo amore, più forte della sua disperazione, più forte di lui. Era un alcolizzato, non poteva nasconderlo, non poteva nasconderlo a se stesso, non poteva camuffarsi da eroe all’interno di un bicchiere. Il bicchiere non mente e lui non era un eroe, forse lo era stato in passato, ma adesso il suo cuore e il suo cervello vivevano in fondo a quel piccolo contenitore di vetro sporco.

Decise di farsi un altro bicchiere anche se aveva giurato di non farlo più. Del resto cosa conta un’ennesima promessa infranta? E’ come l’ennesimo sorso bevuto dopo aver giurato che il precedente sarebbe stato l’ultimo!

Prese il suo liquore preferito e lo versò con attenzione. Avrebbe voluto rivederla ancora una volta, anche se ciò gli avrebbe squarciato il cuore. Voleva sentirla ancora una volta, solo una volta, l’ultima volta.

Ricordò il loro ultimo viaggio insieme. Ricordava ancora bene quel viaggio e le sensazioni che gli aveva procurato; ricordava i posti che avevano visitato, le pietanze che avevano mangiato, le volte che avevano fatto l’amore; e adesso si ritrovava con un bicchiere in mano, unico compagno ad alleviare la sua solitudine.

Ricordava ogni emozione ed ogni sensazione che aveva provato. Il piacere di imbarcarsi, l’ansia del decollo, la tranquillità del chiacchierare, l’attesa dell’arrivo, il calore del sorriso di Linda.

Lei era li davanti a lui, accanto a lui, ne sentiva il profumo, ne ascoltava la voce come se tutto fosse reale e non un semplice ricordo. Non aveva tempo per recriminare, però, Linda aveva bisogno di lui e lui non aveva intenzione di farla attendere.

 


AUTORE: KONTE

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