PER SEMPRE By Kheleim
Stringendosi
forte il lato sinistro del petto, Cherub riuscì a trascinarsi nel vicolo. Dalla
ferita il sangue usciva copioso, il suo sangue. Arrancando si sedette spalle al
muro e le gambe distese. Si tolse gli occhiali scuri lasciando cadere dolcemente
indietro la testa.
Di fianco a lui un grosso cassonetto dell’immondizia emanava un odore
nauseabondo. Non è certo la fine che si era aspettato quella. Morire così, fra
gli scarti digitali di poco più che fantasmi. Eppure ne aveva vissute troppe
per non sapere di aver oramai raggiunto la base della candela.
“Ancora cinque minuti e lo stoppino si spegnerà…” pensò a voce alta il
ragazzo.
Quattro piani più sopra, da una finestra aperta iniziò a giungere
all’orecchio del moribondo una melodia così dolce. Gli occhi gli si
riempirono di lacrime.
Non l’aveva mai dimenticata quella melodia, sin da quando era ragazzino. Bach.
Quale genio.
Quale armonia.
Quattro minuti.
Il corpo di Cherub a bordo dell’Endurance ebbe un lieve fremito.
Ricordava persino il giorno in cui…
Una figura improvvisamente su di lui.
Era allo stremo ma avrebbe potuto giurare che la donna dinnanzi a lui era
apparsa dal nulla. Un attimo prima stava fissando con sguardo perso un infelice
slogan pubblicitario strappato e sfilacciato da effimere gocce di pioggia e ora
questa figura bianca, completamente vestita di bianco tanto da far male agli
occhi. Completamente priva di capelli, labbra carnose e occhi profondi di un blu
così intenso da mozzare il fiato.
Lo fissava con un sorriso dolcissimo.
“Ciao Michael” disse quindi la donna con una delicatezza infinita.
Cherub rimase davvero stupito. A poco più di tre minuti dalla fine la sua unica
preoccupazione era quella di cercare di capire chi era quella donna che lo
conosceva tanto bene da chiamarlo con quello che era stato un nome fasullo per
la maggior parte della sua vita.
“Chi sei tu? Sei un agente?” domanda idiota pensò subito dopo Cherub.
Tre minuti.
La donna sorrise allora con tono divertito.
“Vieni Michael, è giunto ormai il momento di andare”. La donna allungò la
mano vellutata verso di lui, scostando leggermente il lungo impermeabile bianco
che la rivestiva completamente.
Per un attimo a Cherub belenò per la mente che questa donna in realtà fosse
uno spazzino del sistema.
Eccoci qua….via la spazzatura dalle nostre strade. Un mondo pulito è un mondo
felice. Sorrise divertito della sua battuta. E si sorprese nel vedere ridere
anche la donna dinnanzi a se.
“No piccolo Michael, sono ben più di un semplice spazzino”.
Cherub impallidì. Certo aveva perso molto sangue e questo poteva essere una
giustificazione, ma non era il vero motivo. Chi era quella donna? “Puoi
leggermi nella mente?”.
La donna annuì lentamente senza che il sorriso abbandonasse mai le sue labbra.
Due minuti.
“Ma chi sei tu?” chiese quindi con tono vagamente disperato.
“Ha importanza? Forse questa domanda dovresti farla a te stesso, che te ne
stai qui a consumarti lentamente”.
Cherub distolse lo sguardo. La tristezza lo colse violentemente ora che veniva
bruscamente riportato alla realtà. Se di realtà si può parlare in Matrix.
La donna si inginocchiò dinnanzi a lui tendendogli la mano nuovamente. Il
candore dei suoi piedi scalzi contrastava con la sporcizia del vicolo.
“Non corrucciarti per la vita che lasci, altrimenti l’avrai vissuta
invano”. Queste parole ebbero un effetto quasi tonificante per Cherub. Mai
frase, si rese conto, gli era parsa più vera di quella.
“Dove andiamo?”. Il suo volto in quel momento divenne quello di un fanciullo
che beato osserva gli animaletti girare in tondo sopra la culla.
Bach continuava imperterrito ad accarezzare il pianoforte. Preludio in Do
Maggiore, pensò Cherub.
Un minuto.
“Andiamo dove non c’è mai freddo, dove il tuo spirito sarà l’essenza
digitale dell’eternità, un verde pascolo nell’armonia degli uno e degli
zero in cui non sarai mai vecchio e non sarai mai bambino”.
Cherub strinse la mano della donna e sorridendo chiuse gli occhi.
“Ora so chi sei…e so chi sono…”.
Si sentì sollevare da terra ma tenne gli occhi chiusi. Non sentiva più nulla,
se non una dolce melodia vecchia di centinaia d’anni. Non provava dolore. Non
provava più nulla. Il suo io scoppiò in miliardi di miliardi di frammenti
binari che invasero invisibili il cielo di cartapesta di una città che esisteva
solo nelle menti dei suoi abitanti. Come una supernova.
Se avesse tenuto gli occhi aperti, avrebbe visto la donna alzare lo sguardo al
cielo. Avrebbe visto due grandi e candide ali piumate gonfiarsi fiere e solenni
dietro la schiena.
Un angelo del sistema.
Un programma divino.
Mentre le ali dell’angelo si schiudevano nella loro magnificenza, la gente
passava dinnanzi al vicolo senza veder nulla. Nessun angelo, solo un povero
barbone, pensavano. Poi un bambino di cinque o sei anni, voltando lo sguardo
rimase sbalordito nel vedere quella candida creatura manifestarsi in tutto il
suo splendore. Si fermò di colpo e la madre che lo teneva per mano fu costretta
a fare altrettanto.
“Che succede amore?” chiese quindi.
“Un angelo mamma….guarda…un angelo” rispose il piccolo indicando la
maestosa figura che iniziava a librarsi in volo.
“Tesoro, quando la smetterai di inventari storie? Non c’è nessuno in quel
vicolo”. “Ma mamma, guarda! C’è davv…”.
“Smettila ora o te le do di santa ragione! Andiamo su…”.
Fece per incamminarsi strattonando il bambino, il quale era ancora incantato
dalla visione, quando una voce riecheggiò dietro di loro.
“Signora! Signora!”.
La donna si fermò e si voltò. La commessa del minimarket li stava inseguendo
con un sacchetto di plastica in mano.
“Signora Anderson! La sua spesa”.
La giovane commessa consegnò alla donna il sacchetto la quale si prodigò in
leziosi ringraziamenti. Poi si incamminò lungo il marciapiede. Si fermò
accorgendosi che il bambino era ancora fermo e imbambolato dinnanzi al vicolo.
“Thomas!!Allora Thomas vuoi venire o no ???”.
Il bambino sconsolato si avviò verso la madre. “Ok mamma…arrivo…”.
A bordo dell’Endurance i compagni affranti dal dolore coprivano il corpo di
Cherub con un telo.
Sul suo volto sereno un sorriso.
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